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Parole Del Mare

ATTIVITA'

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"Il fondo marino, bisogna ammetterlo, non è niente male come posto dove starsene tranquilli. Ed è fin li che mi sono spinto, nel fondo del mare di Alessandria.
Quando ho cominciato, pensavo solo che fosse un logico prolungamento del mio nuoto, un nuotare oltre, piú intenso e nello stesso tempo piú plastico. Uno stile globale di nuoto.
In effetti è proprio cosí nella pratica e preferisco l’apnea, anzi, la considero la regola essenziale delle immersioni.
Si affronta l’acqua ad armi pari, senza trucchi. Vai giú come un capodoglio od un delfino, con quello che ci stá nei tuoi polmoni e basta.
Allora puoi dire a ragione: si, questo è un posto mio. Lo puoi fare solo per due minuti?Va bene, vuol dire che è il tuo posto dei due minuti.
Per una grossa balena il mare è il suo posto di un anno, ma è solo una differenza di quantitá. E' l’essenza, è la qualitá soggiacente, che conta nella vita.

Dopo un anno sapevo stare in apnea per quasi tre minuti, un grosso risultato. C’era gente che veniva apposta alla diga per vedermi ritornare su da fondali anche di venti metri. Qualcuno scommetteva, ne sono quasi certo.
Non è facile raccontare quello che provavo. Intanto, quando cacci dentro i polmoni undici o dodici litri d’aria, sei realmente, fisicamente diverso. Non solo sei piú leggero, ma sei in qualche modo piú grande, anche se la cosa non è visibile poiché la tua maggiore vastitá è interna.
Il torace non si puó dilatare piú di tanto verso l’esterno, ma internamente l’effetto dei polmoni gonfi di aria è molto piú di una sensazione: una coscienza di leggerezza e di vastitá.
Non c’è ballerina del ventre, nemmeno la piú esperta del Cairo, che possa rivaleggiare con la grazia di un buon apneista in immersione.

La tendenza del corpo umano pieno di aria a risalire a galla è solo questione dei primi metri, poi la pressione dell’acqua crea un equilibrio perfetto e lo sforzo di discesa è quasi nullo. E’ a questo punto che fa il suo ingresso in scena qualcosa di straordinariamente bello e terribilmente pericoloso: l’euforia. Cosí la chiamano i dottori, quelli che studiano queste cose: euforia.
Io la chiamo: la mia parte di Dio. O, a seconda degli umori, la mia parte di anarchia.
C’è una spiegazione fisiologica, ma non è questo il punto. Quello che conta è l’effetto, e l’effetto è quando sei giú verso i dieci metri, ed è giá passato un minuto buono, tu sei realmente un pezzo di mare, un pezzo provvisorio che solo per volontá molto ferma puó cessare di esserlo, perché nulla ti spinge piú verso l’alto, verso la terra e l’aria, ma un moto dolce e universale ti impresta le ali di una manta e ti porta piano piano ancora piú giú, fino all’altra terra, al continente di sotto.

Ecco, quando questo accade, la riserva d’aria dei tuoi polmoni, oramai povera di ossigeno, si combina con qualcosa che secerni dalle ghiandole o che so io, e ne viene fuori una miscela simile alla droga. Quello che senti è di essere felice e infinito, totalmente felice, totalmente libero. Io avevo l’abitudine di scegliermi un posticino sul fondo, un buon letto di alghe soffici, con qualche sasso dove ancorarmi, e restavo inerte, animato solo dalla leggera corrente che sollecita dolcemente i fondali, a osservare il continente di sotto.
Guardare in alto, verso la luce che filtra, verso l’altra parte del mondo, con tutto quello che sai che c’è, ti dá la vertigine di una lontananza irrimediabile.

Oh, tu sei solo acqua, il corpo indifeso da tele speciali e gomme si è raffreddato abbastanza da non cogliere piú la differenza di temperatura. Il cielo d’aria che hai dentro i polmoni immensi non fá piú bene il suo lavoro per nutrire di coscienza il cervello. Sei piú stupido dei pesci che guardi passare, e i pesci non ti scansano ne fuggono via impauriti: sanno che non sei piú un cacciatore carnivoro.
Hai ancora un minuto, cinquanta secondi e nessun orologio per contarli. Ma la tua coscienza è altrove, non è nel tempo. Ogni volta mi sono stupito di questo, di come la sotto non c’è il tempo nostro, ma qualcosa che non ho mai capito: il tempo di Dio, la mia parte del tempo di Dio, e qualcosa del suo essere ovunque e ogni cosa.
Immobile, spalmato sul letto di alghe, accarezzi il dorso di una grossa salpa che pascola l’erbetta, fissi gli occhi di una murena che sporge il muso dalla sua tana e i mostra fiera la sua dentatura orrenda.
Non so come ho fatto ogni volta a tornare indietro. Non è mai stato spirito di sopravvivenza o cose del genere. Non mi sono mai accorto di pensare: “Ecco, o torno su o muoio e allora è meglio che torni”. Se avessi potuto scegliere, credo che ogni volta sarei rimasto; invece qualcuno da qualche parte dentro o fuori di me dava un colpo deciso alle pinne che portavo ai piedi, e il mio corpo iniziava la risalita. Senza fretta, ma con il rammarico di lasciarmi dietro la mia parte di Dio, la mia parte di anarchia, mentre la dolce incoscienza cominciava a trasformarsi in un sordo bruciore nel petto.

Gli ultimi metri, quando la luce diventava abbastanza forte da farmi male agli occhi, gonfi come quelli di un rospo e pieni di sangue, e i polmoni erano un urlo di dolore che mi svegliava del tutto, avevo giá nostalgia di tornare laggiú.
E spingevo a piú non posso verso la superficie, per non morire li a mezz’acqua, per potermi riempire di nuovo di aria e rifarmi forte abbastanza per ritornare laggiú.
Non mi è mai successo niente. Ho imparato a conoscere i fondali come i vicoli di Ras el Tin e forse anche meglio. Non ho mai trovato niente che non fosse quello che trovano tutti i pescatori. Soprattutto, non ho mai trovato una sola pietra o un pezzo di ferro che potesse far parte in qualche modo del leggendario porto sepolto.

L’incidente mi è successo quando ho voluto cambiare le regole del gioco, quando ho voluto barare con quel mare mite che non mi aveva mai fatto niente di male.
Non so cosa mi abbia preso. Ma mi ero procurato le mappe sottomarine che avevano fatto gli inglesi ai primi del secolo, carte che non erano mai servite  per trovare alcunché, e mi ero messo a fare piani di ricerca, calcoli batimetrici; assurditá. Forse volevo semplicemente mettere fine alla storia con un gran colpo di reni, finalmente. Ho preso scafandro e bombole e sono sceso giú. Troppa roba addosso, troppe cose da ricordare, chiavette da tenere sotto controllo, orologio da non perdere di vista. E addio leggerezza.
Scendendo, e poi sul fondo, mi sono reso conto di muovere troppa acqua e di creare con gli scarichi dell’aria turbolenze e rumori che facevano scappare i pesci, mentre le grosse bolle erano tanto pesanti da restare impigliate nelle alghe per qualche secondo, fuori luogo li come festoni natalizi. Anche le murene si rintanavano negli scogli.
Certa, una sola di quelle immersioni valeva una ventina di apnee, ma non stavo vedendo niente che giá non conoscevo; mi ero solo inimicato le salpe quando ho cercato di toccarne una, e poi un’altra ancora con la mia mano guantata di gomma.

E l’euforia, la mia parte di Dio, l’ho provata solo un istante, quando oramai mi ero accorto di avere sbagliato la risalita - troppo in fretta, troppo in fretta - e un dolore tanto acuto da lasciarmi senza speranza mi ha squassato tutto il corpo.
E’ stata una questione di un secondo o due, poi mi sono risvegliato all’ospedale del dottor Modrian.
E a questo punto la mia storia è finita. Non mi resta ora che svelare l’arcano dei miei sogni."

Il Coraggio del Pettirosso
M.Maggiani
Per chi si domanda cosa sia un tuffo in Apnea

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